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giovedì, 24 luglio 2008

Il bibliotecario e il barista

830630641_241bacd089Creative Commons, by fibroblast


Pensate a quell'oggetto che l'immaginazione popolare associa alla professione del bibliotecario (occhialini a parte): il banco, anzi, il bancone. Il bancone separa due mondi ma ne è anche il punto di contatto: io qui e tu di là, e sopra al bancone ci parliamo.

Pensate a cosa accade sopra appunto a quel bancone: una transazione di reference, uno scambio informativo, un consiglio, due chiacchiere.

Ora pensate alla professione del barista: alta specializzazione, capacità di adattare il ritmo del lavoro ai diversi afflussi di pubblico, elasticità, servizi personalizzati sulla base delle esigenze del cliente, capacità di gestire gli scontri.

Il lavoro del barista si svolge dietro ad un assai simile bancone: divide due zone di pertinenza e le congiunge. Serve per appoggiarci sopra le consumazioni, ma anche per appoggiarsi coi gomiti e scambiare due parole.

Il bancone è l'oggetto inventato per gestire lo spazio dalle professioni che hanno una facciata (vendere un caffè, una pasta, un'informazione bibliografica) dietro la quale nascondono una sostanza abbastanza diversa (una conversazione).

Lavori ad altissimo tasso di socialità, come ha presente chiunque pensi al bar sotto casa e al ruolo preciso di regolatore sociale che svolge. Nel mio bar sotto casa convivono fellinianamente anziani signori arabi, tossiche di mezza età, alcolisti di ogni sesso e gradazione, mangiatori casuali di Maxibon ed acquirenti di caramelle, il tutto gestito senza uno screzio dalla famiglia di baristi più gentili che si siano mai visti sulla faccia della terra. E funziona!

Scherzi a parte, credo che soltanto ignorando completamente il ruolo e la realtà quotidiana del reference ci si possa scandalizzare di un simile paragone.

Tutto questo per dirvi che è uscito sull'ultimo numero di Bibliotime un breve ma molto interessante articolo di Anna Galluzzi dal titolo Gli Idea Stores di Londra. Biblioteche nel 'mercato' urbano e sociale.


Qualche riflessione che ne esce sulle biblioteche pubbliche.

E' necessario pianificare i servizi bibliotecari a livello territoriale ampio. Essendo mutati l'uso del territorio e la mobilità, una singola biblioteca è solo parte di un insieme. Ne consegue che forse dovremmo smettere di lanciare grida ogni volta che una biblioteca di quartiere viene chiusa: analizziamone i motivi, poi diamo un giudizio. I sette Idea Stores di Londra sostituiranno quindici ex biblioteche di quartiere! Dunque pianificazione cittadina o metropolitana o provinciale, concentrazione delle risorse e delle competenze. (Perché per comprare un tavolo andate all'Ikea e non dal mobiliere all'angolo?)

La pianificazione si fa sulla base di dati statistici e di indagini di mercato. Interrogati se desideravano che le biblioteche di quartiere restassero nelle loro sedi storiche, i cittadini londinesi hanno risposto che la cosa importante era piuttosto che le biblioteche fossero vicine ai luoghi dello shopping e servite dai mezzi pubblici! Nuove aperture di biblioteche non supportate da dati certi e indagini di mercato vanno guardate con sospetto.

Copiare dalle librerie quello che ci può essere utile: vetrine, metodi di esposizione dei libri, cura degli spazi. E in questo ricordiamoci che abbiamo molto da imparare dalle librerie (ma direi dagli spazi di vendita in genere), ma molto più di loro da offrire. Niente meno che una lunghissima coda lunga...


Il personale che fa assistenza può anche essere numericamente ridotto, a patto che sia visibile. Da qui lo staff cosiddetto floorwalking (insomma, che va in giro) in cui le persone possono imbattersi informalmente.

Mescolare attività bibliotecaria tradizionale e corsi di formazione, in particolare per adulti.

Mescolare tutto questo con l'idea che la biblioteca è anche un luogo in cui ritrovarsi con gli amici o vedere altre persone. Perciò basta col silenzio religioso in biblioteca, coll'inutile divieto di utilizzare i cellulari, con gli spazi disponibili tutti occupati da tavoli per gli studenti universitari.

Le biblioteche possono anche non chiamarsi biblioteche: “il termine 'store' ... da un lato evoca il negozio dell'angolo, una struttura finalizzata a un'offerta commerciale, dall'altro appare come un luogo di deposito, di conservazione e preservazione, racchiudendo dunque in un'unica struttura concezioni diverse della biblioteca.”

L'unico appunto che si può fare all'articolo di Anna    è l'aver sottolineato tanto la parentela fra biblioteche e librerie. Eppure la caffetteria del Whitechapel Idea Store, in cui sugli scaffali i libri si mescolano alle bottiglie, avrebbe potuto suggerirle l'idea: non sono le librerie quelle a cui guardare, ma i bar!

Perciò, mentre già qualcuno afferma che da grande vuole fare la bibliotecaria vetrinista, io mi candido da subito alla posizione di cocktail librarian! E magari di floorwalking cocktail librarian!

postato da: gentilini alle ore 10:52 | link | commenti (4)
categorie: biblioteche, promozione, cultura popolare, reference
venerdì, 18 luglio 2008

Se tecnologia è la risposta, qual era la domanda?

The World Almanac fu fondato nel 1868 in modo che i reporter, così forniti di dati fattuali certi, potessero spostare il livello del loro lavoro ad un gradino superiore a quello della pura verifica dei fatti, scrivendo articoli che mettessero in relazione i fatti stessi e in questo modo potessero dare una visione sensata della realtà.

Pensiamo al concetto di “fatto”. I fatti sono ciò su cui non si discute più, dice Weinberger e mi fa tornare in mente Wales quando afferma che un articolo di Wikipedia è oggettivo quando le persone hanno smesso di modificarlo (taglio pragmatico, non filosofico).

I fatti, una volta stabiliti, diventano come quelle che in linguaggio economico si chiamano commodities, beni così ampiamente disponibili che non si possono che vendere ad un prezzo molto ridotto (ad esempio, dal ferramenta i chiodi sono commodities, un trapano no).

Se proviamo ad immaginare un futuro di qui a 10 anni, possiamo pensare a Wikipedia (o a cosa ne avrà preso il posto, il discorso potrebbe non cambiare), come a ciò che ha reso la conoscenza una commodity. Ovviamene l'inserimento di voci nuove continuerà, come continuerà il riediting di quelle vecchie, ma probabilmente non allo stesso tasso di oggi. Su alcuni dei temi attualmente in discussione sarà stata raggiunto un punto fermo. Wikipedia avrà agito nei confronti della conoscenza allo stesso modo in cui i repertori di dati fattuali hanno agito sui fatti per i giornalisti.

Se Wikipedia sta rendendo la conoscenza una commodity, dando seguito ad una tendenza a cui hanno dato inizio motori di ricerca come Google, significa che c'è un elemento di valore che si sposta ad un livello superiore: la diffusione della conoscenza ci rende liberi di comprendere. E comprendere significa mettere insieme i pezzi in una quadro leggibile.

Fino a qui l'ipotesi che (diciamolo, ottimisticamente) fa David Weinberger in Everything is Miscellaneous (qualche mese fa girava la notizia di una prossima pubblicazione in italiano col titolo di Disordine digitale, poi mi sembra se ne siano perse le tracce). Comunque, per chi volesse leggere in inglese, questa argomentazione si trova da p. 214 della prima edizione.

Da qui invece David Lankes, per come me lo ricordo dai suoi molti interventi resi disponibili in rete, e in particolare nella sua presentazione dal titolo Social Networks and Reference appena tenuta ad Anaheim, California.

Slide, audio e video su http://quartz.syr.edu/rdlankes/blog/?p=506.
In streaming su http://quartz.syr.edu/rdlankes/blog/?p=507.

L'idea fissa di Lankes di questi tempi sembra essere spiegare ai bibliotecari a quale genere di business appartenga il loro lavoro!

Per cominciare, non allo stesso di Google, perché Google tratta pubblicità. Lo slogan ormai vecchiotto “dal possesso all'accesso”, ad esempio, mostra questo tipo di idea presupponendo una corrispondenza 1 a 1 fra bisogno informativo e risorsa informativa. Una volta assicurato l'accesso, non ci sarebbe altro da aggiungere. Ma allora davvero Google diventerebbe un concorrente in grado di sbaragliare le biblioteche.

D'altra parte, il business delle biblioteche non appartiene neppure allo stesso campo in cui si muove Amazon, perché Amazon, semplicemente, vende cose.

Il lavoro delle biblioteche si può piuttosto vedere come ben collocato nel campo dell'apprendimento (learning, istruzione in senso lato). E apprendere significa esattamente fare connessioni all'interno di un contesto di senso.

La focalizzazione sul contesto è stata introdotta nelle biblioteche dal lavoro di reference. In particolare, da quella che si definisce l'intervista di reference, cioè la formulazione concordata dell'esigenza informativa per il singolo utente.

Il passo successivo è portare alle estreme conseguenze questa focalizzazione, facendo del contesto dell'apprendimento l'attività principale delle biblioteche. Anzi, rendendo le biblioteche uno dei contesti dell'apprendimento per una particolare comunità.

Perché ciò possa avvenire, occorre rispettare quelli che sono i modi reali dell'apprendere (ma possiamo anche dire della comprensione delle cose per non dare l'impressione di limitare il discorso, ad esempio, alle biblioteche accademiche).

Lankes (che ha un bel senso dell'umorismo oltre ad essere un personaggio assai brillante) dice che immaginarsi il lavoro delle biblioteche come limitato a buttare su un tavolo l'opera giusta sia come intimare a qualcuno di comprendere dicendogli: “impara!”. E' come dire “divertiti, è un ordine!”.

Il modo in cui le persone imparano è fare collegamenti fra le cose. E il modo in cui fanno collegamenti è parlare con altre persone. Fare conversazione.
Perché i nostri utenti non leggono mai i cartelli e, piuttosto, perdono tempo facendo una fila per chiederci di persona qualcosa che non sanno?
Perché tutti indistintamente, quando chiamiamo un call center, speriamo di parlare direttamente con un umano e sappiamo benissimo che raramente troviamo risposta a quello che vogliamo sapere ascoltando un messaggio registrato?

Tutto il Web 2.0 è visto da Lankes guardando oltre il lato puramento tecnologico, l'appeal dei gadget nuovi e nuovissimi, le applicazioni in sé. Quello che conta è la loro efficienza nel creare degli strumenti “facilitatori di conversazioni”. Se Lankes incita i colleghi (e calorosamente, come scoprirete ascoltando il podcast!) a farsi avanti in prima persona come sperimentatori degli strumenti 2.0 non è per amore a tutti i costi della novità, ma perché sono quelli i mezzi che aprono la strada ad un utilizzo partecipativo (e quindi capace di produrre conoscenza) delle risorse delle biblioteche.

Qualche esempio portato da Lankes per rendere più concreto il discorso.

Se far parte di una conversazione significa aspettarsi di avere il potere di dare forma a quella conversazione insieme a qualcun altro, quello che dovremmo dismettere è l'atteggiamento di assoluto controllo e chiusura nella gestione delle risorse in biblioteca.

L'esempio principe sono sempre gli opac, strumenti inventariali prima che comunicativi. La priorità andrebbe rovesciata: prima la comunicazione con gli utenti, poi (anche) la gestione inventariale.

L'accesso al reference digitale spalmato ovunque si possa: sull'opac, ad esempio ad ogni interrogazione che produca zero risultati, ma anche su siti sociali, altri punti di accesso alla rete perché (di questo siamo certi!) il sito web della biblioteca non è quello che l'utente apre all'inizio di ogni navigazione.

Coinvolgere stabilmente una rappresentanza degli utenti negli organi decisionali del servizio di reference digitale.

Coinvolgere nelle risposte i membri della facoltà o i funzionari della comunità di riferimento.

Investire in strumenti di creazione diretta da parte degli utenti di strumenti come FAQ o path finder autoprodotti (a fianco dei nostri).

Adoperare nei servizi via chat il linguaggio reale che le persone normalmente adoperano in chat.

Eccetera.

Se l'ipotesi di Weinberger si realizzasse, le biblioteche come pure fornitrici di contenuti faticherebbero a giustificare la loro esistenza. Chi pagherebbe chiodi di ferro ad un prezzo maggiore solo perché sono impacchettati in una bella scatola a fiori? 

La giustificherebbero benissimo, invece, se riuscissero a ridefinirsi come luoghi in cui “si mettono insieme i pezzi in un quadro leggibile”. Alzare di un gradino l'elemento di valore e offrire servizi aggiuntivi oltre a quelli legati al mero accesso è dunque la strada da seguire?


postato da: gentilini alle ore 12:31 | link | commenti (1)
categorie: google, promozione, wikipedia, opac, reference, library 2 0
lunedì, 07 luglio 2008

Rapporto Assinform 2008

Segnalato da Punto informatico, che ne riassume anche i contenuti, il nuovo Rapporto Assinform 2008 sull'Informatica, le Telecomunicazioni e i Contenuti Multimediali.
Online in video gli interventi fatti alla presentazione del Rapporto a Roma, il 30 giugno.

Chi è Assinform?
Copio dal loro sito: "
Assinform è l'associazione nazionale - aderente al sistema Confindustria - delle principali Aziende di Information Technology operanti sul mercato italiano... L'Associazione, frutto della fusione tra le due principali Associazioni del settore (AITech e Assinform), rappresenta l'offerta italiana di informatica."

Personalmente trovo che sia utile confrontarsi con approcci di questo tipo, che usano il linguaggio dell'imprenditoria e dei numeri. In particolare per chi, come noi, lavora talvolta un po' confinato nel mondo della cultura e può facilmente farsi un'idea troppo personalistica delle cose.

Qualche elemento tratto dall'intervento di Giancarlo Capitani:

A livello internazionale, confermato il ruolo in completa ascesa dei paesi cosiddetti "BRIC" (Brasile, Russia, India, Cina), di fronte ai quali l'intero mondo occidentale dovrà riposizionarsi nei prossimi anni.

A livello della situazione delle industrie italiane, il mercato dell'informatica risulta sostenuto dalle grandi imprese, poco dalle piccole e dalla pubblica amministrazione centrale (meglio invece quella locale). Forte il ruolo del settore consumer, cioè dei consumi degli utenti finali (si usa dire "delle famiglie", ma a me non piace!).
Rispetto al mercato delle telecomunicazioni si registra invece un rallentamento, ma sono in crescita i servizi aggiunti sulla telefonia mobile (internet mobile). Crescono gli accessi alla rete a banda larga, rallentati però da un divario digitale ancora forte che colpisce soprattutto (ma non solo!) le aree periferiche non urbane. Il dato che resta costante è però che la media dell'uso della rete da parte dei cittadini italiani è inferiore a quella europea.
Insomma, come già si rileva da anni, molto cellulare e poca informatica.
Tornando alle imprese e all'impatto che l'innovazione tecnologica ha sull'organizzazione del lavoro, un dato interessante e che mi pare anche l'OCSE abbia di recente confermato è che il monte ore di lavoro degli italiani aumenta. Interessante però è soprattutto che questo aumento si possa mettere in correlazione con lo scarso tasso di ICT. Quando le aziende fanno innovazione, sembrano privilegiare più il lato hard della produzione (il parco macchine) che quello di informatico e telematico.
Dunque avere paura delle nuove tecnologie non paga...

Capitani a chiusura dell'intervento: "Tutti dobbiamo fare uno sforzo che non è economico ma è prima di tutto culturale".
postato da: gentilini alle ore 15:34 | link | commenti
categorie: ict , digital divide
giovedì, 03 luglio 2008

Niente paura...

Un video davvero rassicurante sulla possibilità di integrare nuove tecnologie e cultura, con tanto di libraio vecchio stile, coppia acculturata e weekend nella città d'arte.

Possible ou probable?


postato da: gentilini alle ore 15:07 | link | commenti
categorie: e-book
lunedì, 30 giugno 2008

Britannica WebShare

Come molti di voi avranno letto, la storica Encyclopaedia Britannica ha avviato un programma di apertura della propria politica commerciale consistente nell'offerta di accessi liberi a "publishers of Web content —such as bloggers, webmasters, writers, and editors—".
La cosa va letta nell'ottica di un progetto generale di cauto avvicinamento allo stile del Web 2.0. che, a detta di molti commentatori, si è reso necessario dall'ormai sempiterno botta e risposta Wikipedia / Britannica.
L'idea sembra interessante: rimanere un'impresa di stampo sostanzialmente tradizionale e "chiuso" dal punto di vista redazionale, ma cominciare a fare qualche piccolo passo nella direzione di una rete che, nel frattempo, muta a gran velocità.

Armata di belle speranza ho letto le caratteristiche richieste per usufruire di questa possibilità e, visto che si parlava soltanto del fatto di pubblicare contenuti con una certa regolarità, mi sono detta: perché non provare?

Questa è la lettera che mi è arrivata in risposta, risposta aihmé negativa!
Beh... che vi aspettavate? 

Dear WebShare Applicant,
We have reviewed your application for a free subscription to Britannica Online,and I’m sorry to say we’ve concluded that you don’t meet the qualifications of the Britannica WebShare program.
The program is limited to Web publishers who are clearly publishing content regularly on the Internet. We found your application didn’t meet this standard for one of several possible reasons: we couldn’t identify your site or didn’t receive the URL; the site you sent us didn’t exist or we couldn’t find it; it wasn’t primarily a content site; we couldn’t verify your association with the site; the site doesn’t appear to be revised or updated on a regular basis; or we found its contents offensive.
You can read our guidelines and criteria ... If you truly feel we have made an error in judgment, you can appeal by sending an e-mail with an explanation to ...
Sincerely,
Encyclopaedia Britannica


Quale sarà il vero motivo?  L'ipotesi più semplice  è che ci si voglia limitare a siti in lingua inglese. La cosa sarebbe ragionevole. Ma forse è più probabile che l'offerta sia in realtà indirizzata ai grandi blogger capaci di attrarre sui propri siti moltissimi utenti, in modo che l'offerta si traduca in un ritorno di immagine più consistente per la Britannica stessa.

Quello che mi viene in mente è però una delle argomentazioni classiche sul peer-to-peer: se non fosse più possibile scambiarsi file musicali in rete cosa accadrebbe?
Che gli utenti di tutto il mondo si metterebbero a pagare quanto richiesto loro dall'industria musicale oppure che una fetta di mercato virtuale si richiuderebbe e tornerebbe alla scarsità precedente l'era di internet?
Secondo me la seconda ipotesi è assolutamente certa.

Dunque se gli accessi gratuiti alla Britannica sono limitati, che faranno i blogger del mondo? Pageranno un normale abbonamento per accedere ai prestigiosi contenuti della Britannica oppure, visto che in questo caso non sono costretti alla scarsità, sceglieranno definitivamente Wikipedia?

E stiamo parlando del mondo di lingua inglese...
Intanto la nostrana Treccani evita di porsi il problema evitando completamente l'online!!! 

postato da: gentilini alle ore 16:30 | link | commenti (2)
categorie: wikipedia, web 2 0
martedì, 10 giugno 2008

Bridging the gap: realizzare e diffondere nuovi servizi per creare insieme agli utenti la biblioteca del futuro (o che verrà)

Lunedì 9 giugno si è svolto a Bologna un seminario organizzato da Data management dal titolo Bridging the gap: realizzare e diffondere nuovi servizi per creare insieme agli utenti la biblioteca del futuro (o che verrà). Qui il programma.

Come sempre, quello che segue è un personalissimo e non esauriente riassunto di quello che ho sentito.

Ha aperto la mattinata l'intervento di Paul G. Weston, che dobbiamo davvero ringraziare per il profluvio di esempi che ha portato, tutti casi di opac o di servizi che si possono riandare a vedere in rete.

L'intervento riguarda appunto gli opac di nuova generazione, in particolare non presenti sul mercato italiano e quindi poco conosciuti.

La parola chiave intorno a cui ruotano tutte le interfacce mostrate è un neologismo, “Googlezone”, metà Google metà Amazon, che sta ad indicare la convergenza delle interfacce di interrogazione verso modelli che combinano alcune caratteristiche tipiche di questi due mostri sacri.

Weston cita il documento Perceptions of libraries and information resources, ricerca di OCLC del 2005 sulle aspettative degli utenti rispetto agli opac e sulle loro modalità di ricerca in rete.

Secondo i risultati del documento alle biblioteche è riconosciuto in linea generale un ruolo importante, ma la dura realtà è che, a fronte dell'84% delle ricerche che prendono avvio su Google, solo l'1% degli utenti dichiara di cominciare invece da un catalogo di biblioteca (vorremmo conoscerli!).

Quello che gli utenti individuano come elementi da migliorare negli opac sono la semplicità d'uso, l'interattività, la tolleranza agli errori (Google: “forse stavi cercando xy”), i tempi di risposta, l'ordinamento dinamico dei risultati, l'ordinamento per rilevanza (di nuovo Google: relevance ranking)e i servizi web (i “banali” servizi come prenotazioni, rinnovi, storico prestiti, tutti esempi che credo a ciascuno di noi vengano facilmente in mente).

Gli Integrated Library Systems (ILS) da cui tutti i nostri opac provengono sono nati come strumenti prima di tutto inventariali, per una gestione da parte degli addetti professionali, e questo spiega la loro scarsa rispondenza rispetto alle esigenze degli utenti. In più, oggi tali sistemi sono in competizione con un numero sempre in aumento di servizi paralleli. Dal solo mondo open source si possono citare Koha, Evergreen, Scriblio e Librarything. Per non parlare dell'e-commerce (Amazon, appunto, ma anche i nostrani IBS, Deastore e simili).


FRBR è stato citato a più riprese come una risposta possibile alle richieste degli utenti nei termini di semplificazione delle ricerche. Ad esempio consentirebbe migliori aggregazioni dei risultati di ricerca collazionando le diverse versioni di un testo pubblicato in più formati.

Gli opac portati come esempio da Weston rispondono a vario titolo ad un 'ipotetica “lista dei desideri” che sono, in qualche modo, un tentativo di tradurre in pratica le esigenze espresse dagli utenti. La lista può comprendere ad esempio:

  • relevance ranking

  • uso delle radici delle parole

  • verifica della digitazione

  • uso facilitato degli operatori logici

  • suggerimenti (recommandations)

  • filtri (faceting), ad es. per disciplina, genere della pubblicazione, formato, autore.

Si tratta comunque di interfacce che estraggono i dati da sistemi gestionali di tipo più tradizionale, e va subito detto che questo passaggio non è privo di controindicazioni. Ad esempio, può andare perduta la tenuta di strutture semantiche complesse (come nei soggetti). Vantaggio sicuro è, al contrario, la riduzione dei tempi della ricerca e, solo in secondo luogo, la semplificazione della ricerca stessa.

Ecco alcuni degli esempi citati.

Come esempio di opac quello delle NCSU Libraries, North Carolina University. Da notare, oltre alla semplicità dell'avvio della ricerca ed all'apparizione successiva di filtri di ricerca, anche la possibilità di scorrere virtualmente lo scaffale seguendo i raggruppamenti semantici, con tanto di copertine dei libri:

ncsu


Come esempi in particolare di recommandations:

Relvyl, che restituisce nella stessa videata tre categorie di record, Similar Records, Patrons who borrowed this item also borrowed, Amazon recommandations.

Encore, che oltre a faccette più “classiche” mostra voci come Most relevant titles e Popular choices.

Reading matters, bookchooser inglese indirizzato ai ragazzi, che compilando un semplice questionario possono ottenere consigli di lettura adatti ai loro gusti. Indirettamente, il servizio aiuta le biblioteche ad orientare la loro politica degli acquisti.

Whichbook.net è un esempio simile per la ricerca di narrativa per adulti. Un altro servizio sostenuto dai ricavi della lotteria inglese come People's Network. Prendetevi il tempo di scavarci un po' dentro, dice veramente qualcosa su come si possa intendere la promozione pubblica della cultura.

In sintesi, Weston delinea in questi passaggi lo sviluppo degli opac: da semplice database bibliografico, a portale che integra altri elementi come i servizi della biblioteca, a dispositivo promozionale della biblioteca stessa, e infine a gestore della ricerca testuale. Insomma, un approdo finale molto più ambizioso, che si candida ad essere il fulcro della ricerca degli utenti.

Un processo parallelo è quello che vede la sganciamento della gestione dei servizi basata a livello territoriale, in favore di meta-servizi di cui possono usufruire sistemi bibliotecari differenti. L'esempio perfetto, che rientra nella tipologia dei servizi di recommandations, è FictionFinder di OCLC. FictionFinder si ispira alle FRBR e aiuta a trovare suggerimenti di lettura.

Ancora altri esempi:

Libris (l'esempio utilizzato è nella gestione degli authority files, ad es. quello di Omero):

libris

Tripod, che ai risultati di ricerca aggiunge l'indice del libro e la possibilità di spedire i dati direttamente sul proprio cellulare.

Evergreen (open source), di cui si possono vedere le suddivisioni per soggetti.

Plymouth State University, che consente di tradurre i risultati di ricerca in altre lingue (a destra, sotto Bookmark & Feeds > Translate).

Biblioteca aperta, versione italiana di Open Library che, al di là della sua grafica retrò coinvolge l'utente persino nella descrizione dei documenti (cercate il magico pulsante Edit!)

Due altri testi citati da Weston, su cui si possono approfondire i temi dell'intervento:

The Changing Nature of the Catalog and its Integration with Other Discovery Tools di Karen Calhoun (2006)

The Online Library Catalog. Paradise Lost and Paradise Regained? di Karen Markey, D-Lib Magazine, n. 1/2 (2007).


Segue l'intervento di Anna Busa di Data Manegement, che inserisce la presentazione del nuovo opac Sebina You, ancora largamente in progress, in un contesto più ampio, quello del rapporto fra opac e social networking. Tale contesto conduce ad opac avanzati o “sopac” (social opac), che costituiscono un passaggio oltre gli opac arricchiti.

Sebina You è una nuova componente di Sebina Open Library, a cui si affianca con nuove funzionalità e, soprattutto, nuove finalità d'uso: l'orientamento all'utenza e la divulgazione (sono parole che ci piacciono!)

Qualche dettaglio in più: un monocampo di ricerca stile Google, con raffinamenti successivi attuati tramite “filtri” (ma il termine ormai in uso è “faccette”, ma non nel senso di Ranganathan) che si visualizzano solo in un secondo momento. L'associazione con altri canali di ricerca a scelta dell'istituzione (Wikipedia, YouTube, Google, ecc.). L'integrazione della ricerca su risorse selezionate (Open Search). Oltre al pacchettino classico del 2.0: feed RSS, tagging, inserimento di commenti e rating (ma da parte di utenti profilati e previa verifica dell'istituzione).

Il tutto ancora da discutere e verificare (su questo DM esprime a più riprese una forte volontà di collaborazione).

Il terzo intervento è di Vincenzo Bazzocchi dell'IBC, che illustra il progetto COME, Comunicazione audiovisiva e cultura. In sostanza, si tratta di un progetto di repository istituzionale di materiale audiovideo (cinema, documentari, teatro, ecc.) in formato digitale. Il materiale dovrebbe provenire non solo da cineteche ed enti istituzionali di questo genere della regione Emilia Romagna , ma anche da associazioni, scuole, università, mediateche di ogni natura.
Il progetto prevede l'utilizzo di Sebina You e l'attivazione di un servizio di reference digitale specializzato.

Su quest'ultimo punto non posso non esprimere una certa perplessità che si concretizza in due domande: con quali risorse si pensa di sostenere un servizio di reference digitale nuovo? E sarà davvero il caso di moltiplicare i servizi di fronte ad una situazione internazionale in cui si tende largamente a convergere in servizi a fortissimo tasso di cooperazione?

L'ultimo intervento, dopo un bel pranzetto sotto agli alberi (in perfetto stile centro anziani bolognese!), è stato quello di Giovanni Solimine.

Alcuni dei punti toccati sono il fascino del tema della biblioteca come conversazione (Lankes), a fronte del quale però dobbiamo essere consapevoli degli oneri che comporta (quanto lavoro redazionale dietro a tutti i magnifici esempi visti durante la mattinata!). La biblioteca non può fare un passo indietro rispetto alla sua tradizione di affidabilità per abbracciare acriticamente l'ideale della partecipazione degli utenti e dovrà quindi conservare tutte le sue attività tradizionali più qualcosa di diverso.

Gli utenti remoti, quelli che sembrano maggiormente chiamati in causa dai servizi 2.0, sono un mondo sconosciuto e difficilmente valutabile, su cui andrà fatto molto lavoro di analisi. Una prospettiva a cui molti bibliotecari potrebbero non essere pronti è ad esempio che l'utente remoto sia anche un non utente delle biblioteche e possa vederle unicamente come una delle molte risorse disponibili in rete.

La cooperazione, che da pratica a base territoriale o istituzionale dovrebbe diventare “ad assetto variabile” incentrandosi più sulle competenze di fatto che sulle appartenenze formali.

E infine la necessità di pensare alle biblioteche digitali non solo nei termini delle biblioteche storiche o specializzate. Qual è un modello possibile di biblioteca digitale civica, una biblioteca che si metta in relazione con le reti civiche e le altre forme di rete presenti sul suo territorio?

Molto in breve un paio di interventi che si sono susseguiti da parte dei partecipanti al seminario.

Alcuni sono stati racconti di esperienze singole, come il caso dell'utilizzo di Delicious da parte del sistema bibliotecario bresciano, esperimento di utilizzo del noto sito di social bookmarking come “archivio” di descrizioni bibliografiche tratte da opac e taggate dai bibliotecari. Se ne può leggere un resoconto sul numero di marzo di Bibliotime.


Altri interventi sono stati domande dirette rivolte ai relatori. La migliore, a mio parere, quella di un giovane collega che ha chiesto ai rappresentanti di Data Management quando verranno rilasciate le API di Sebina You. Il tema non è da poco: le API sono – lo dico come lo so dire – pezzetti di codice software che consentono l'integrazione di un applicativo in sistemi diversi da quello in cui è nato. Ad esempio, utilizzano le API i sistemi di georeferenziazione basati su Google Maps. O, per capirci fra bibliotecari, se fossero note le API di una release Sebina sarebbe possibile fare apparire in qualunque contesto web la maschera di ricerca dell'opac.
Dopo tanto parlare di integrazione dei sistemi, di partecipazione e di social networking, in effetti, si tratta di una domanda legittima.
La risposta di DM è stata di interesse e di disponibilità. La consideriamo una promessa...


postato da: gentilini alle ore 16:42 | link | commenti (9)
categorie: eventi, web 2 0, library 2 0
giovedì, 05 giugno 2008

Digital Divide - contrattacco 1

Come qualcuno di voi sa già la Telecom ha avuto l'ardire di rifiutarsi di collegarmi l'ADSL! Che fare?
Dopo un primo momento di forte scoraggiamento, mi sono risolta a pensare che, per lo meno, da questa vicenda imparerò diverse cose.

Innanzitutto, imparo (o meglio, mi ricordo) che in casi di questo tipo non bisogna mai rinunciare a tentare tutto il possibile.

Innanzitutto, si può scrivere una lettera ai giornali locali. Senza tralasciarne nessuno, le possibilità di essere pubblicati non sono poche. La mia letterina l'ha pubblicata Il Domani di Bologna il 20 maggio. A cosa serve? A niente da un punto di vista pratico, a qualcosa in termini di condivisione delle esperienze, denuncia e trasparenza.

Da un punto di vista formale, invece, non accontentarsi delle risposte telefoniche di Telecom (il cui stile va dall'evasività all'improvvisazione con vari gradi intermedi), ma scrivere le proprie ragioni e spedirle al servizio clienti per raccomandata.
La risposta, molto probabilmente, sarà qualcosa del genere "non riteniamo di poter dare corso alle sue richieste", il che, senza nessuna esplicitazione dei motivi è come rispondere "no" e buonanotte. E' quello che hanno risposto a me.

Dopo di che è meglio rivolgersi ad un'associazione di difesa dei consumatori. Ce ne sono a bizzeffe, io sono andata da Federconsumatori per motivi pratici (costo minore) e lì ho scoperto che la strada formale da seguire mantenendosi a livello extragiudiziale è rivolgere alle ditte di telefonia una richiesta di conciliazione. In pratica, si chiede da capo l'attivazione del servizio oltre alla sospensione del canone dell'ADSL, al pagamento di un risarcimento previsto dalla stessa Carta dei servizi di Telecom e al pagamento di danni ulteriori che potete quantificare come volete.
La richiesta di conciliazione potete avanzarla anche da soli. Se vi sentite Calimero contro Godzilla...
In ogni caso, adesso io sono in attesa di questo incontro, che avverrà davanti al Corecom, l'organo regionale dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni.

Non ho la più pallida idea di quali possano essere i risultati. La Telecom si terrà qualche linea "buona" per i rompicoglioni che seguono questa strada oppure mi riderà allegramente in faccia come ha fatto fino ad ora?
In ogni caso, ora so che, se questo tentativo non porta a niente, successivamente ci si può rivolgere al giudice di pace e, in ogni caso, si può anche procedere con una denuncia.
Già, perché se una ditta mi vende un servizio che poi non è in grado di darmi, a me suona un po' come se dal fruttivendolo io avessi pagato una bella spesa e poi mi ritrovassi nella busta solo una zucchina striminzita!

La zucchina striminzita sarebbe, nel mio caso, una linea telefonica collegata tramite un apparecchio MT4, una delle varie trappole che si possono incontrare quando si ha a che fare con una rete telefonica nazionale che risale ai tempi dei miei nonni. Per avere un'idea di cosa si tratti, sul forum di Anti Digital Divide ho trovato una discussione relativa ad un caso identico al mio.

L'altro fronte che si apre, è, naturalmente, quello delle alternative.

Innanzitutto ci sono i gestori alternativi, ma il rischio è che siano vincolati alla mala gestione della rete fisica fatta da Telecom, che detiene un monopolio di fatto sulla manutenzione. Mi informerò...

La seconda possibilità è il wireless, su cui solerti colleghi mi hanno informato (grazie!). In sostanza, le tecnologie alternative sono l'HSDPA, ovvero quelle "chiavette" che qualche settimana fa una signorina utilizzava in taxi in uno spot tv, in attesa del pare più interessante Wimax, non però ancora disponibile in Emilia Romagna.
L'HSDPA non è la stessa cosa della vecchia ADSL, nel senso che non consente abbonamenti flat, che la velocità di banda è incerta, che pare che spesso la linea si interrompa...

Oltre al fatto che, da ecologista della prima ora quale sono (1986: vi ricorda qualcosa?), in linea di principio preferirei utilizzare una tecnologia che sfrutti un'infratruttura già esistente e non moltiplichi all'infinito antenne e ricettori.

Mal che vada, resta il centro commerciale vicino a casa, che è coperto da wireless ma non ha alcuna presa elettrica a cui attaccarsi... Sempre meglio della Telecom, comunque!

Per finire, un articolo del Sole 24 Ore segnalato sempre su Divario Digitale, il blog di Anti Digital Divide: pare che il problema dei monopoli "ex ma non troppo" non sia solo una realtà italiana.

postato da: gentilini alle ore 11:54 | link | commenti
categorie: digital divide
martedì, 03 giugno 2008

From collect and hide to scan and release

Per convincervi davvero che David Weinberger si occupa di noi bibliotecari  , vi segnalo quest'ultimo suo post sul sito di Everything is miscellaneous, in cui racconta della sua visita ai depositi della Boston Public Library, dove è in corso un grandioso progetto di digitalizzazione.
Buono anche per farsi un'idea concreta di come progetti di questo genere procedano nella loro quotidianità, tra la selezione del materiale da digitalizzare, e la scelta degli standar tecnici e dei set di metadati da utilizzare.
Alcuni risultati di questo lavoro si possono già vedere su Flickr.

Dal raccogliere e nascondere allo scansionare e 'rilasciare': mi sembra uno slogan con qualcosa da dire!
postato da: gentilini alle ore 15:23 | link | commenti
categorie: biblioteche, promozione, web 2 0
martedì, 27 maggio 2008

I metadati della conversazione

Everything is miscellaneous di David Weinberger (in uscita in traduzione col titolo di Disordine digitale) è una piccola miniera di idee.

Fra le molte che sarebbero da segnalare, riappare qui il concetto di “saggezza delle folle”, che Weinberger declina in direzione della saggezza “dei gruppi”, con un piccolo slittamento rispetto alla vulgata (una massa indistinta che con pratiche come il social tagging riesce ad esprimere una visione del mondo comunque organizzata e significativa).

Saggezza dei gruppi significa che, piuttosto che immaginarci il Web 2.0 come una somma di individui che lavorano facendo confluire la loro attività in un unico mare, ma partendo da posizioni sostanzialmente isolate, quello che più realisticamente possiamo ipotizzare è che si creino gruppi legati socialmente da una sorta di cultura locale (in senso virtuale ovviamente!).

Prendiamo come esempio la solita Wikipedia!

Anche se il libro sta per uscire in traduzione, voglio riportare qualche elemento:

Nel 2005, ad esempio, l'affare Seigenthaler: un noto giornalista statunitense appare per 4 mesi su una voce di Wikipedia come implicato negli assassini Kennedy. Quando il malcapitato se ne accorge, naturalmente si scandalizza e pretende scuse e spiegazioni.

Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia, cambia in risposta le regole di scrittura delle voci: nessun utente anonimo potrà più dare inizio ad una nuova voce.

I titoli dei media riportano la notizia dicendo che Wikipedia ha finalmente ammesso che la vera conoscenza viene da esperti accreditati, prendendo in realtà un bel granchio: sono infatti soltanto gli utenti anonimi quelli di cui l'enciclopedia prende nota degli IP (e che sono quindi, potenzialmente, rintracciabili come persone con nome e cognome). Agli accreditati si richiede invece soltanto il classico nome utente + password. Dunque la decisione di Wales aumenta, e non diminuisce il tasso di anonimato. Dice infatti:

“Ci occupiamo delle pseudoidentità, non delle identità. Il fatto che un determinato utente conservi una pseudoidentità persistente nel tempo ci permette di misurare la qualità di quell'utente senza aver idea di chi realmente sia” (trad. mia, p. 135)

Insomma, in questo modello la credibilità si basa non sulle credenziali, bensì sui contributi reali di ciascuno.

In secondo luogo, per avere successo come wikipediani occorre non solo essere di fatto esperti nella propria materia, ma anche sapere relazionarsi costruttivamente con gli altri.

La definizione di quello che è il giusto livello di “punto di vista neutrale”, uno dei capisaldi di Wikipedia e che trovate citato ad ogni piè sospinto se vi avventurate a leggere le discussioni dietro la creazione delle voci, è infatti frutto di un'operazione generalmente collettiva e a volte assai combattuta.

Un meraviglioso esempio di pragmatismo statunitense: all'obiezione fatta dallo stesso Weinberger a Wales sull'impossibilità di una neutralità assoluta, la risposta di Wales è stata pari pari “Un articolo è neutrale quando la gente ha smesso di modificarlo”.

Una bella provocazione...!

L'opposizione che si delinea è fra autorità e credibilità. Il sistema solido e maturo di secoli della stampa tradizionale, basato sull'accreditamento accademico degli autori e sul meccanismo della peer review da un parte. Un mondo in cui una miscellanea collezione di autori anonimi e pseudonimi riesce a creare un enorme deposito di conoscenza dall'altro.

Quello che sta mutando nell'ipotesi di Weinberger è la natura stessa del concetto di autorevolezza, e l'esempio che porta è quello (ormai un vero classico!) del confronto tra l'Encyclopaedia Britannica e Wikipedia:

“Wikipedia e Britannica derivano la loro autorevolezza da fonti differenti. Il puro fatto che un articolo sia compreso nella Britannica significa che dovremmo probabilmente dargli credito perché sappiamo che è passato attraverso un'estesa revisione editoriale. Ma che un articolo appaia in Wikipedia non significa che sia credibile. Dopo tutto, potrebbe accadere di leggerlo subito dopo che un anonimo ha scritto che Seigenthaler è coinvolto negli assassini Kennedy. Eppure – ragionevolmente – diamo credito agli articoli di Wikipedia. Ci sono altre indicazioni disponibili: è un articolo tanto minore che pochi ci hanno lavorato sopra? Ci sono segni evidenti di mancanza di NPOV [Neutral Pont of View]? E' scritto e organizzato male?Ci sono note nella pagina delle discussioni? E' coerente con quello che sappiamo del mondo? Questi segni non sono così lontani da quelli che ci portano a fidarci di una persona nel corso di una conversazione: qual è il suo tono di voce? Abbiamo l'impressione che la sua opinione sia stata mitigata dalla conversazione, oppure sta dogmaticamente urlando verso di noi le sue opinioni? In una conversazione ci basiamo su questo tipo di metadati contestuali, e solo occasionalmente ci portano fuori strada...
La fiducia che poniamo nella Britannica ci mette in grado di essere conoscitori passivi. Dobbiamo solo cercare un argomento per scoprirne qualcosa. Wikipedia fornisce invece i metadati che circondano un articolo – revisioni, discussioni, avvisi, link ad altre revisioni fatte da contributori – perché si aspetta che il lettore sia coinvolto attivamente e sia conscio dei segnali... Decidere a che cosa credere è ora il nostro incarico. Lo è sempre stato, ma nel mondo dell'ordine cartaceo in cui la pubblicazione era così dispendiosa da rendere necessarie persone che fungessero da filtri, era più facile pensare la nostra passività come una parte inevitabile dell'apprendimento; credevamo che la conoscenza funzionasse proprio così.” (p. 142-143)


L'attenzione ai metadati come parte integrante della conoscenza.

L'apprendimento come fatto attivo e partecipato. Come conversazione.

Il ruolo di filtro di alcune professioni e la sua calante necessità nel mondo digitale.

Sono temi sufficienti su cui fare qualche riflessione?

Sul sito di Everything is miscellaneous è scaricabile in mp3 (ma c'è anche la trascrizione a testo) di un'intervista fatta da Weinberger a Wales. Ve la segnalo senza neppure averla sentita. Mi piace l'idea che delle persone si possano anche sentire direttamente le voci...

postato da: gentilini alle ore 16:45 | link | commenti (2)
categorie: wikipedia, web 2 0
venerdì, 23 maggio 2008

Digital divide per tutti

Devo raccontare un fatto personale, ma che credo abbia una rilevanza collettiva e professionale.

Un mese fa ho fatto trasloco e ho chiesto a Telecom Italia un trasloco della mia linea telefonica. Il che significa mantenere il proprio numero di telefono e l'intero contratto alle stesse condizioni precedenti. Ciò significa, ovviamente, ADSL compresa.

E' passato più di un mese e di ADSL non si vede traccia. E non solo: se dovessi ingenuamente dare credito a tutte le stupidaggini vaghe e contraddittorie che un'infinità di tecnici della Telecom mi hanno detto, ci dovrei anche rinunciare.

Già: in fondo che pretesa assurda avere l'ADSL nel centro di Bologna nel 2008!

Onestamente, è stata una gran delusione. E non solo per la serie infinita di procedure burocratiche che ora sono costretta a seguire.

Fino ad oggi ho sempre sospettato dell'atteggiamento di chi sostiene che tutto va sempre peggio, perché mi pare contenga un elemento di qualunquismo che non mi piace (non ci sono più le stagioni di una volta...). Ora però devo ammettere che ho avuto l'impressione che l'Italia non meriti di stare in Europa. Altro che Information Technology, altro che terziario avanzato, tutte scemenze messe a confronto con la realtà.

A parte augurarsi il fallimento di questa pregevole azienda, che tratta i propri clienti come pezze da piedi e rifiuta di offrire servizi dai quali potrebbe ricavare un profitto, mi domando davvero cosa significhi questo episodio rispetto alla possibilità dell'informazione in Italia. Personalmente, intendo ora trasformarmi in un cane rabbioso attaccato al polpaccio della Telecom e seguire ogni strada possibile per denunciarli. Ma quando ad esempio ci chiediamo se mai gli anziani in Italia cominceranno ad usare la Rete, cosa ci stiamo immaginando? Non tutti sanno di avere un diritto all'informazione, non tutti sono in grado di far rispettare i propri diritti, non tutti sono dotati del cinismo necessario per affrontare il call center di turno...

Intanto vi segnalo il sito dell'associazione Anti-Digital Divide, ma anche quello di Federconsumatori. Non posso far altro che invitarvi a non mollare se mai vi capiterà qualcosa del genere.


postato da: gentilini alle ore 16:22 | link | commenti
categorie: digital divide