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domenica, 15 novembre 2009

Network effect

MazzoliSe state cercando un testo agile che vi introduca alla ricerca sociologica nel campo dei social network, potete provare con Network effect : quando la rete diventa pop / a cura di Lella Mazzoli ; contributi di Giovanni Boccia Artieri ... et al.. - Torino : Codice, 2009.

Social network in senso lato, perché si tratta in sintesi di una panoramica su come le forme di aggregazione permesse dalla rete incidano in modo nuovo su campi diversi come la gestione delle relazioni interpersonali, il ruolo dei consumatori, la pubblicità, la comunicazione pubblica, il mondo dell'arte e quello del videogioco.

Gli autori, tutti facenti capo al LaRiCA (Laboratorio di Ricerca Comunicazione Avanzata) dell'Università di Urbino, sono per lo più giovani ricercatori italiani. Alcuni di loro potete seguirli facilmente in rete, per esempio è senz'altro da vedere a mio parere il blog di Giovanni Boccia Artieri Media-Mondo.

Segnalo in particolare i capitoli, rispettivamente di Stefania Antonioni e Gea Ducci, Going social: la pubblicità nell'epoca dei social network e Cittadini e istituzioni nei social network: sistemi relazionali e nuove forme di partecipazione.

Dal mio punto di vista (ovviamente più interessato alla comunicazione istituzionale, come quella che può essere fatta dalle biblioteche), i temi della pubblicità e della comunicazione pubblica si possono considerare come molto vicini. In particolare, mi pare che il tipo di comunicazione che potremmo fare verso – e con – i nostri utenti potrebbe avvantaggiarsi di una visione che va oltre l'impostazione un po' rigida che spesso caratterizza gli enti pubblici, facendo proprie e sfruttando a proprio vantaggio le modalità proprie della comunicazione fra consumatori e brand, il “crowdsourcing” della partecipazione diretta degli utenti, le numerose piattaforme che consentono a costo zero o quasi di contattare le persone in modo meno formale di quello che ci consentono i nostri siti web, per quanto friendly abbiamo tentato di farli.

La mia ipotesi è che proprio perché abbiamo molto da offrire, dovremmo superare una certa perplessità ancora viva nei confronti dell'idea di dover “piazzare” il nostro prodotto. Più che di vendere un prodotto, si tratta di crearlo insieme ai nostri utenti, dando loro una voce che tradizionalmente non hanno mai avuto.

Insomma, veramente non sappiamo fare di meglio di quanto fa la Barilla con la campagna Nel Mulino che vorrei?


postato da: gentilini alle ore 14:02 | link | commenti
categorie: analisi sociologiche, web 2 0, larica, social media
mercoledì, 04 novembre 2009

La fine di tutte le guerre (in rete)

RemixRecentemente ho letto l'ultimo libro di Lawrence Lessig (il papà del movimento Creative Commons), Remix : il futuro del copyright (e delle nuove generazioni) / Lawrence Lessig. - Milano : Etas, 2009

Il libro parla di copyright e di nuove generazioni, in effetti, ma il sottotitolo inglese, un po' più preciso sui contenuti, è Making Art and Commerce Thrive in the Hybrid Economy, cioè far prosperare arte e commercio nell'economia ibrida. Sottotitoli mutanti a parte, si può dire che questo sia un libro pacifista.

Pacifista nel senso che cerca di lottare contro gli opposti “estremismi” associati al diritto d'autore. Pacifista contro l'idea che i temi legati a copyright e remix siano una guerra da combattere su fronti contrapposti, e pacifista per un sano senso pragmatico: “Sto parlando specificamente di una guerra che non possiamo vincere e delle alternative a tale guerra, alternative che avrebbero la conseguenza di decriminalizzare i nostri figli, nonché molti di noi” (p. XXI)

Sulla vostra destra qui nel mio blog potete vedere il simbolo della licenza CC, e nella sua forma più purista: potete riutilizzare tutto, ma qualunque cosa ne facciate deve avere la stessa licenza e non ci potete guadagnare sopra. E' un simbolo che fa bella mostra di sé, anzi diciamo pure che l'ho messo lì per ostentarlo, per esprimere una dichiarazione d'intenti che io percepisco come un valore politico. E' così importante per me diffondere la conoscenza di questo tipo di licenze (e di produzione) da farmi ignorare il ridicolo insito nel proibire un utilizzo commerciale dei miei contenuti (ipotesi ovviamente abbastanza irrealistica). Oppure, in modo più sottile, sto dicendo che fare soldi con un blog sarebbe una cosa disdicevole, perché se lo faccio per volontariato io, dovreste farlo anche voi. Si tratta, nel suo piccolo, di un esempio di estremismo associato al diritto d'autore. O di libera scelta.

In un certo senso, Remix parla anche del perché io abbia scelto quel simbolo, e di che senso abbia la mia scelta.

Ma chiariamo un po' le cose.

Il libro è composto da tre parti, dedicate rispettivamente a delineare dei macro-modelli di cultura, dei modelli di economia, e delle proposte di riforma del sistema del copyright (nello specifico statunitense, ma l'impostazione generale del discorso si applica anche a sistemi giuridici diversi).

Parlando di modelli di cultura, Lessig fa un esplicito riferimento ad Henry Jenkins (principalmente quello di Cultura convergente), e alla sua idea di cultura partecipativa.

Il concetto di cultura partecipativa fa riferimento alle molte possibilità offerte dal digitale e dalla rete di produrre “amatorialmente” prodotti culturali, in contrapposizione alla produzione professionale alla quale tendiamo ad associare l'idea di scrivere un libro, girare un film, comporre una canzone e così via. A differenza di quanto possa sembrare, questa pratica è abbastanza simile a quello che della cultura popolare è sempre stato fatto nel passato: una continua reinvenzione. E non solo della cultura popolare (pensate ai generi letterari). In altre parole, siamo noi nati nel ventesimo secolo a costituire un'eccezione nella storia: nati e cresciuti per essere spettatori, e nient'altro che spettatori, quando prima e dopo di noi le persone non hanno invece mai condiviso l'idea che la cultura fosse una cosa riservata in esclusiva ai professionisti.

Cultura partecipativa significa cultura della scrittura:

“Ovviamente penso che la lettura sia importante. Ovviamente è 'fondamentale'. Ma gli esseri umani vanno ben oltre ciò che è fondamentale. E mentre vedo crescere i mie figli, l'aspetto che apprezzo di più non è la loro lettura. E' la loro scrittura. Da quando il più grande, che oggi ha cinque anni, ne aveva due gli abbiamo raccontato storie di 'mostri'. Assistere alla fervida attenzione con cui seguiva ogni colpo di scena che accadeva in queste storie totalmente improvvisate era splendido. Ma il momento in cui ha protestato per la prima volta per un determinato sviluppo della trama, spiegando quello che avrebbe preferito sentirsi raccontare, è stato uno dei più belli della mia vita. Ciò che vogliamo vedere nei nostri figli è la loro volontà. Ciò che vogliamo aiutarli a sviluppare è una volontà ben articolata.” (p. 59)

Lessig chiama dunque i due modelli di cultura che derivano da questa analisi, mutuando i termini dall'informatica, cultura RW (Read/Write) e RO (Read/Only).

Il remix, la ricomposizione in un nuovo oggetto culturale di parti di oggetti preesistenti, è trattato da Lessig come l'esempio paradigmatico della cultura partecipativa. Un remix è la musica composta tramite il campionamento di pezzi altrui, come il video fatto in caso da un ragazzino utilizzando immagini di Guerre stellari, o la fanfiction su Harry Potter pubblicata online. Senza riutilizzare il materiale degli altri, in sostanza, è difficile partecipare. Senza partecipare, direbbe Jenkins, si è analfabeti. Il punto è, però, che partecipare in questo modo rende chiunque un criminale.

Sebbene il video su YouTube fatto con gli spezzoni di Guerre stellari non possa costituire in alcun modo una forma di concorrenza verso l'originario Guerre stellari, il ragazzino che l'ha fatto viola la legge perché di quelle immagini fa delle copie non autorizzate.

Io posso in modo del tutto legittimo passare tre ore a copiare a mano citazioni dall'ultimo libro di Lessig, ma se per caso trovassi in rete un file che si chiama “Lessig-Remix.pdf” (di dubbia provenienza), lo scaricassi in file sharing e lo utilizzassi per fare un meno stupido copia-e-incolla per il mio blog, commetterei un crimine.

Perché mi è riconosciuto il diritto a citare un testo scritto ma non ad utilizzare una copia digitale dello stesso testo? Perché il ragazzino può citare un dialogo di Guerre stellari in un tema per la scuola ma non può citarne delle immagini in un video? Non si tratta in ogni caso di forme di scrittura (ovvero, di produzione partecipativa)?

Esistono differenze evidenti fra queste forme di espressione. La più rilevante, ai fini della nostra argomentazione, è quella relativa al grado di democrazia, dal punto di vista storico, di tali forme di 'scrittura'. Mentre la scrittura testuale è una cosa che viene insegnata a tutti, la realizzazione dei film e quella dei dischi fu, per gran parte del XX secolo, appannaggio dei professionisti. Ciò implicò che fosse più facile immaginare un regime che obbligava a chiedere il permesso per trarre citazioni dai film e dalla musica ...

Che cosa succede, però, quando la 'scrittura' attraverso la pellicola (o la musica, o le immagini, o qualunque altra forma di 'discorso professionale' nato nel XX secolo) diventa altrettanto democratica quanto la scrittura testuale?” (p. 32)

In sostanza, l'errore sta nel fatto che il copyright regola le pratiche di oggi come se fossimo nel mondo di ieri. La regolamentazione riguarda la produzione di copie, ma nel consumo digitale la copia è intrinseca al consumo: quando leggo un ebook, il mio sistema lo copia e questo fa scattare automaticamente la legge. Se il prodotto è coperto da un sistema di DRM (Digital Rights Management), il mio consumo del libro sarà magari ridotto ad un certo numero di “letture”.

Nell'era digitale, dunque, la cultura RO è esposta al controllo a un livello tale che nell'era analogica non è mai stato raggiunto. La legge regolamenta maggiormente. La tecnologia può regolamentare più efficacemente ...

Il rapporto della legge con la cultura RW è diverso. Anche in questo caso, l'atto stesso della 'riscrittura' in un contesto digitale genera una copia; tale copia fa scattare la legge sul copyright. Una volta scattata, la legge richiede una licenza o l'invocazione giustificata del fair use. Le licenze sono rare; giustificare l'invocazione del fair use costa molti soldi. Per definizione, l'utilizzo in chiave RW viola le legge sul diritto d'autore. La cultura RW, pertanto, è presumibilmente illegale.” (p. 71)

Sintetizzando la prima parte del libro, Lessig delinea alcune “lezioni dalle culture” RO e RW:

  • La cultura RO è valida e importante”. “Il primo passo da compiere per apprendere è ascoltare. La cultura RO è essenziale ai fini di compiere questo primo passo.” (p. 76)

  • La cultura RO prospererà nell'era digitale”. Lungi dai timori di chi teme l'abbandono della grande cultura del passato, con l'abbassamento dei costi associati all'accesso si creerà la più grande biblioteca della storia, anche se non necessariamente a titolo gratuito. “ ... più contenuti culturali saranno accessibili a un prezzo più conveniente che mai” (p. 76)

  • Anche la cultura RW è valida e importante”. La storia dell'alfabetizzazione mostra che insegnare a scrivere ai bambini è importante tanto quanto insegnare loro a leggere.

  • Il fatto che la cultura RW prosperi o meno dipende almeno in parte dalla legge”. “ ... la legge, nella sua forma attuale, ostacolerà lo sviluppo delle istituzioni culturali che devono entrare in gioco se si vuole che tale cultura si diffonda.” (p. 78)

  • L'impostazione attuale della legge è al tempo stesso distruttiva e controproducente nei confronti di valori molto più importanti del profitto delle industrie culturali”. Ciò è visibile ad esempio nelle guerre sferrate contro il file sharing p2p, di cui si fa notare che non solo sono fallite nel loro obiettivo, ma che non hanno portato ricavi agli artisti, e hanno bloccato l'innovazione legata a queste tecnologie.

Il secondo tassello del libro sta nella descrizione di due modelli economici di base, l'economia commerciale di tipo tradizionale e l'economia della condivisione ben rappresentata da tanti esempi online, dall'open source a Wikipedia. Per arrivare all'ipotesi che un terzo modello, definibile come “ibrido” sia quello che può resistere nel tempo e portare i frutti migliori. Il tema è quello della produzione di User Generated Content e del loro “sfruttamento” più o meno libero.

In un'economia di condivisione “l'accesso alla cultura non è regolato dal prezzo, ma da un complesso set di relazioni sociali.” (p. 111). I doni e l'economia della condivisione sono un mezzo per stabilire legami con le persone. Va però riconosciuto che le motivazioni egoistiche ed altruistiche sono sempre intrecciate: come aiuto i vicini di casa per diffondere una certa idea di me, allo stesso modo posso essere interessato a procurarmi una buona reputazione firmando col mio nome i miei interventi su Wikipedia, tenendo un blog, eccetera. Da tutte queste azioni mi aspetto non un risultato in termini di guadagno di soldi, ma di riconoscimento da parte degli altri, di soddisfazione, di creazione di legami (dai quali alla lunga può anche scaturire un ricavo economico).

Si possono quindi definire “'economie di condivisione sottili' quelle in cui la motivazione è principalmente egoistica, ed 'economie di condivisione spesse' quelle in cui le motivazioni sono quanto meno ambigue in termini dell'appartenenza alla categoria egoistica o a quella altruistica” (p. 117)

Nell'ottica delle probabilità di sopravvivenza nel tempo di una determinato modello economico“ ... di solito un'economia di condivisione sottile è più facile da supportare rispetto a una spessa.” (p. 119)

In che senso?

“L'ibrido è un'entità commerciale che mira a sfruttare il valore creativo di un'economia di condivisione, oppure un'economia di condivisione che dà vita a un'entità commerciale per agevolare il raggiungimento dei propri obiettivi di condivisione.” (p. 137)

Esempio paradigmatico di economia ibrida è il free software, ad esempio con aziende come Red Hat, basate sullo sfruttamento commerciale del lavoro della comunità legata a GNU/Linux, o come Canonical Ltd. che si occupa del sistema Linux Ubuntu.

Esempi che possiamo con più facilità percepire come riguardanti prodotti culturali rientrano in varie categorie: gli spazi comunitari come Flickr, YouTube; gli spazi collaborativi come Yahoo! Answers, Wikia e lo stesso genere della fanfiction; community come Second Life.

In tutti questi casi, contenuti prodotti volontariamente dagli utenti contribuiscono a realizzare un sistema economico da cui qualcun altro ricava i frutti.

La storia di queste economie ibride non è cominciata da molto. E ben presto, indubbiamente, i primi entusiasmi cederanno il passo a una visione più moderata, forse anche scettica. Le persone che contribuiscono all'economia di condivisione nel contesto di un ibrido si porranno sempre più domande riguardo a un mondo come questo, in cui il loro lavoro gratuito viene sfruttato da qualcun altro. Dovrebbero essere pagate? Quanto tempo dureranno questi ibridi?” (p. 185)

La risposta di Lessig è che deve esserci un equilibrio fra il vantaggio dell'azienda e quello dell'utente finale: entrambi devono guadagnare qualcosa dall'interazione. Inoltre, le aziende devono lavorare sulla base di un'assoluta trasparenza, comunicare con la comunità di riferimento, lasciare un po' di potere nelle sue mani e rispettarne i valori ed il senso comune.

Date ad esempio un'occhiata alle recensioni su IBS: se l'azienda non pubblicasse quelle negative, avreste ancora voglia di partecipare? Vi fidereste delle recensioni che vedete? (A onore di IBS va detto che la trasparenza in questo caso è rispettata, guardate ad es. qui).

O, per fare un esempio di portata davvero maggiore: vi sentite davvero “sfruttati” da Google perché le vostre ricerche sono il minuscolo tassello che, insieme a milioni di ricerche di altre persone, fa sì che il motore di ricerca funzioni e che qualcuno là diventi miliardario? E quanto è importante, però, che i link sponsorizzati nella lista dei vostri risultati di ricerca siano graficamente distinti dagli altri?

Quella che va abbandonata è, come nel caso delle “guerre” del copyright, una visione improntata allo scontro frontale:

Se le persone che operano “all'interno di un'economia di condivisione odiano il commercio – se sono disgustate all'idea che chiunque realizzi profitti, ovunque – le probabilità che possano prendere forma ibridi sani sono limitate. Analogamente, se le persone che operano all'interno dell'economia commerciale ignorano l'etica della condivisione – se trattano i suoi membri come clienti, o come ragazzini – le probabilità che possa prendere forma un ibrido sano sono altrettanto limitate.” (p. 191)

Analogamente, “dobbiamo evitare una sorta di imperialismo intellettuale. Dobbiamo essere consapevoli delle differenze che intercorrono fra i beni culturali: software vs musica; musica vs articoli scientifici. Le consuetudini che giustificano la produzione gratuita in un campo non sono necessariamente quelle che giustificano la produzione gratuita nell'altro.” (p. 193)

Dunque, non sempre, non a tutti i costi, la più purista delle licenze...

Se torniamo per un attimo alla licenza CC di questo blog, tutto sommato, anche dopo la lettura del libro, mi sembra ancora quella giusta da scegliere. Ma se invece guardiamo le slide che pubblico online per dei corsi di formazione, una clausola di utilizzo libero ma non commerciale non è forse solo un inutile ostacolo a chi (probabilmente guadagnando poco quanto me) vorrebbe riutilizzarne una parte per un corso analogo? Pensate ad una sorta di remix di materiali didattici: perché non poterlo adoperare in un contesto professionale, quando siete pagati per fare quello che state facendo?

Per terminare, ecco alcune linee di proposta di riforma del copyright fatte da Lessig (da p. 206):

  • Deregolamentare la creatività amatoriale”. Questo servirebbe a depenalizzare un utilizzo di materiali che non produce comunque una possibile fonte di guadagno per le grandi industrie culturali (Hollywood non può fare soldi dal video fatto in casa dal ragazzino utilizzando spezzoni di Guerre Stellari). Inoltre, farebbe sì che le grandi aziende siano protette da un eventuale uso inappropriato dei loro materiali. Se utilizzo Guerre stellari per girare una saga nazista, quella che viene colpita è la reputazione di chi ha creato Guerre stellari, perché secondo la legge si presume che abbia dato il suo consenso a questo utilizzo. Se il consenso non è obbligatorio, cade la responsabilità dei produttori originali.

  • Diritti chiari”. Si potrebbe prendere in considerazione un sistema opt-in (che preveda cioè la protezione del diritto d'autore solo per chi ne faccia richiesta) invece di uno opt-out come quello attuale (che regolamenta in modo automatico tutte le opere). O almeno si potrebbe pensare ad un sistema che protegga le opere automaticamente per un periodo limitato, dopo il quale spetterebbe all'autore prorogare la protezione. “Se per il detentore del copyright non vale la pena, dopo 14 anni, di compiere qualche piccolo passo per registrare le proprie opere, non dovrebbe valere la pena per il governo di minacciare un procedimento giudiziario per tutelare la proprietà stessa.” (p. 214)

  • Semplificare”. “Dato che la legge sul diritto d'autore è fatta in modo tale da regolamentare Sony e vostro figlio di 15 anni, un sistema che immagina che ogni utilizzo sia esaminato da una torma di avvocati è talmente inadeguato da risultare criminale. Se la legge deve rivolgersi anche a vostro figlio, deve farlo in modo tale che lui possa capirla.” (p. 217)

  • Decriminalizzare la copia”. Il copyright dovrebbe smettere di occuparsi della produzione di copie a favore di una regolamentazione degli utilizzi (ad es. la distribuzione pubblica o commerciale sono utilizzi diversi da quelli puramente amatoriali).

  • Decriminalizzare il file sharing”. “Autorizzando perlomeno quello non commerciale attraverso l'imposizione di una tassa che permetta di corrispondere royalty ragionevoli agli artisti di cui vengano condivise le opere, oppure autorizzando una semplice procedura di cessione di una licenza globale grazie a cui gli utenti possano acquistare, a poco prezzo, il diritto di condividere liberamente i file.” (p. 220)

A poco prezzo? Quello che potremmo avere sempre gratis? Già sento la vocina che obietta... ma sarebbe proprio questa l'ipotesi: abbandonare i rispettivi estremismi. Io lo farei. Ma ad Hollywood, lo farebbero anche loro?

mercoledì, 14 ottobre 2009

Musei italiani e social media

Il mio personale ufficio stampa mi ha segnalato l'intervista a Luca Melchionna uscita sul blog FUCKTORYMUSEUM 2.0. Progetti, idee, soluzioni web per enti culturali.

Si parla di strategie di comunicazione nel web di un museo, il Mart di cui Melchionna è collaboratore, che sta sperimentando forme di comunicazione su diverse piattaforme 2.0 come Facebook, YouTube, Flickr e Twitter. Ma si parla (o almeno si accenna) anche ai problemi legati alla proprietà intellettuale dei materiali prodotti nel contesto delle attività del museo. Entrambi i temi mi sembrano toccare le istituzioni culturali in senso lato, e il fatto che si parli di un'esperienza italiana rende il tutto più interessante.

Solo alcuni punti che vorrei sottolineare:

  • ignorare il web partecipativo significa non essere assenti da quel mondo, ma delegare completamente ad altri il giudizio sull'istituzione di cui si fa parte
  • il valore aggiunto in termini di comunicazione, a fronte dei costi di produzione molto bassi, degli strumenti di social media
  • l'alfabetizzazione web di massa su facebook per milioni di persone che avevano saltato internet negli anni '90”
  • l'attenzione per i contenuti web sui cellulari
  • l'idea che il web 2.0 si possa capire solo standoci dentro, il che sarebbe anche il succo del mio ultimo corso
  • la presa di posizione a favore di una ormai necessaria “riscrittura delle regole” nel campo del copyright, riscrittura a cui le istituzioni culturali potrebbero (dovrebbero?) partecipare attivamente

Che cosa ne pensate?

postato da: gentilini alle ore 16:28 | link | commenti (4)
categorie: musei, copyright, promozione, web 2 0, social media
domenica, 11 ottobre 2009

Web 2.0 e biblioteche: corsi a Bologna

Lunedì 5 ottobre l'Università di Bologna mi ha ospitato per un corso sul Web 2.0 nelle biblioteche che si ripeterà fino a Natale altre due volte (di nuovo per l'Università e, nel contesto di un corso più vasto sulla biblioteca digitale, per le biblioteche della regione Emilia Romagna).

Riporto anche questa volta le slide, comunque disponibili su Slidehare, questa volta però sottolineando l'importanza che ha, a mio parere, il fatto di condividere materiali come questi. E' vero, vedere le slide non è come essere presenti al corso. Ma è utile per chi proprio non potrebbe esserci, per chi vuole farsi un'idea senza perderci troppo tempo e per chi prepara corsi simili.

In questo caso, ad esempio, ho sicuramente un debito nei confronti del materiale di Andrea Marchitelli, di Bonaria Biancu, di Ellyssa Kroski e di Vincenzo Cosenza (e di molti altri, ma con debiti meno corposi!)

Una seconda cosa da sottolineare è che – al di là delle tecnologie e delle applicazioni ai servizi delle biblioteche – ho tentato in questo corso di dare anche un'idea generale di quali possano essere le implicazioni culturali e sociali del 2.0. E' un tentativo azzardato, lo so, per questo mi sono fatta forte di diversi autori che, generalmente con un taglio sociologico, se ne sono occupati in modo approfondito. Li vedete citati in bibliografia, in particolare nella prima sezione, Società dell'informazione e nuove tecnologie di comunicazione.

In particolare, ho tentato di presentare insieme due autori come Henry Jenkins, il cui Cultura convergente è un libro senza il quale siete destinati a non capire nulla della cultura contemporanea e il nostro (bibliotecario) R. David Lankes, in nome di una spero non troppo azzardata comunanza “partecipativa”.

Tra i libri citati in bibliografia, anche il nuovissimo Network effect: quando la rete diventa pop, appena uscito per Codice edizioni. E' così nuovo che l'ho messo in bibliografia prima di riuscire a leggerlo, ma sapendo che esce dal Larica, il Laboratorio di Ricerca Comunicazione Avanzata dell'Università di Urbino, e che raccoglie nomi come Giovanni Boccia Artieri, Fabio Giglietto e Luca Rossi, mi sono fidata a basta.

La morale è che, se proprio detestate chi mette online le proprie slide come se potessero sostituire dei corsi veri e propri, potete comunque approfittare della bibliografia, farvi una bella serie di letture e poi trarre da voi le vostre conclusioni!

postato da: gentilini alle ore 15:10 | link | commenti
categorie: biblioteche, corsi, web 2 0, reference, library 2 0, mobile web
domenica, 04 ottobre 2009

Biblioteche a Fahrenheit

biblioteche_cittàDal 5 al 9 ottobre la rubrica Vocabolario di Fahrenheit è affidata ad Anna Galluzzi, bibliotecaria che non necessita di presentazioni ma di cui ricordiamo qui l'ultimo libro, Biblioteche per la città: nuove prospettive di un servizio pubblico.

Biblioteche in senso lato, naturalmente. La rubrica è infatti caratterizzata dalla libertà lasciata ad un autore diverso ogni settimana di parlare di temi di suo interesse. Si possono aprire le scommesse su quali saranno le parole scelte da Anna ma... io punterei su sapere, rete, incontri, lettore e bibliotecaria!

La rubrica va in onda intorno alle 15.50. Se siete in ufficio e potete collegarvi, la potete ascoltare in streaming sul sito di Radio Tre, oppure sentirla anche in seguito.
postato da: gentilini alle ore 15:20 | link | commenti (5)
categorie: eventi, biblioteche
mercoledì, 23 settembre 2009

Corso a Seriate

Si è concluso questo lunedì il corso che ho tenuto per i colleghi di Seriate e valli circostanti Information Literacy e risorse digitali e voglio cogliere l'occasione per salutare tutte le persone che sono state presenti ed invitarle (qualcuno l'ha già fatto!) a contattarmi se avessero bisogno di qualche chiarimento.

Questo corso si distingue da altri che ho tenuto per alcuni motivi.

Innanzitutto, l'intrico (temo che la parole giusta sia questa!) di argomenti vecchi e nuovi, vecchi fra virgolette naturalmente... Per me è stato uno spunto, sicuramente ancora da approfondire, per riflettere ad esempio sul rapporto tra reference ed information literacy in un contesto in cui i documenti non si trovano più solo in biblioteca o in libreria.

Le slide sono disponibili come sempre su Slideshare, e potete vederle qui sotto:

Questa volta, però, grazie alla possibilità offerta da Slideshare di caricare oltre alle slide anche documenti di testo, ho fatto un file separato per la bibliografia, in un modo che mi sembra più gestibile, e forse più interessante per chi voglia farsi un'idea dei temi trattati senza scorrersi decine e decine di slide.

Sia le slide che la bibliografia sono anche scaricabili. La bibliografia è stata fatta con Open Office, è un'occasione per scaricarlo e cominciare ad usarlo al posto del vecchio amico Microsoft (gratuitamente, da qui).

E, per chi proprio non se la sentisse di perdersi neppure un secondo di quello che è accaduto, devo infine segnalare che esiste online la ripresa video dell'intero corso, grazie al lavoro dei colleghi che si sono presi la briga di realizzarla e di caricarla sulla piattaforma Medialibrary.

Il video è visibile direttamente da qui, oppure lo si trova facilmente cercando 'information literacy' nel motore di ricerca interno.

Attenzione! Sono molte ore di girato, quindi la cosa va intesa per quel che è: uno strumento per chi era assente, per chi volesse ripescare qualche informazione particolare, magari vista sulle slide, e soprattutto una sperimentazione. Materiali di durata più breve sicuramente si prestano meglio ad una fruizione remota di questo tipo, ma, intanto, è importante sapere che anche noi possiamo sfruttare al meglio le occasioni di crescita professionale che abbiamo.


martedì, 15 settembre 2009

Emerging trends in technology: libraries between Web 2.0, semantic web and search technology (2)

Un altro intervento che mi ha molto colpito al Satellite IFLA di Firenze, e di cui è possibile leggere il paper integrale, è quello di Pnina Sachaf dal titolo Social reference and library reference services.

Cosa significa social reference? Traduco dal paper:

"Social reference indica i servizi online di tipo collaborativo forniti da comunità di volontari sui siti di Questions & Answers (Q&A). Questi volontari trattano milioni di richieste di informazione online, che vengono archiviate per un futuro riutilizzo. L'aumento nella popolarità dei siti di questo tipo è notevole; dal 2006 al 2008, il numero delle visite ai cinque maggiori siti Q&A è aumentato del 889% ... Il maggiore, Yahoo! Answers, comprende più di 23 milioni di risposte risolte ed oltre 100 milioni di utenti ..."

In termini di popolarità "numerica" vengono, dopo Yahoo! Answers, WikiAnswers e Answerbag.

Si tratta di una sorta di "crowd-sourcing reference", un reference svolto utilizzando e dando un canale di espressione e di archiviazione a competenze già presenti in rete, che spesso le persone sono felici di mettere a disposizione degli altri. Il rischio - ovvio - è dovuto al fatto che nessun meccanismo blocca la presenza di incompetenti o garantisce la qualità delle risposte, al di fuori del meccanismo della reputazione online, per cui le persone che più spesso tendono a dare risposte giudicate buone dall'utente sono col tempo ritenute maggiormente affidabili, innescando circoli potenzialmente virtuosi.

Ma in che senso servizi di questo tipo, che offrono risposte a domande di ogni tipo (senza escludere i pareri personali, senza porsi apertamente il problema delle fonti ecc.) possono essere confrontati coi tradizionali servizi di reference bibliotecario?

"I siti di Q&A assomigliano ai servizi forniti dalle biblioteche. Entrambi sono entità con uno scopo di tipo sociale, il cui focus primario è raccogliere, organizzare e fornire informazioni gratuitamente al pubblico, sebbene sotto diversi auspici e con procedure operative differenti".

Questo in generale. Le differenze evidenti riguardano invece il fatto che chi risponde svolge un lavoro in modo volontario invece che stipendiato, non possiede un titolo formativo specifico e non è un professionista esperto nella negoziazione delle domande, nella scelta delle fonti adoperate e così via.

Il paper descrive in particolare i risultati di uno studio di tipo comparativo che ha analizzato la qualità delle risposte fornite da siti di tipo Q&A a confronto coi dati relativi alle risposte fornite dalle biblioteche. Le risposte sono state analizzate secondo alcune variabili del sistema di valutazione SERVQUAL: affidabilità (accuratezza, completezza, verificabilità), prontezza (responsiveness) e sicurezza (assurance).

Il risultato della ricerca, in estrema sintesi, mostra che "il livello dei servizi varia da sito a sito, ma alcuni forniscono servizi che uguagliano, superano o assomigliano al livello dei servizi fondati sul reference (tradizionale e digitale)".

In particolare, il livello di affidabilità nei servizi wiki Q&A risulta molto alto. La prontezza, riferita in questo caso al tempo medio di risposta, è di 4 ore. L'accuratezza è al 55% (lo stesso livello delle biblioteche). La completezza al 63% (maggiore delle biblioteche). La verificabilità all'88%. La assurance, riferita qui alla presenza di una firma individuale nella risposta, ovvero ad un'esposizione personale da parte di chi risponde, è ad un livello molto alto.

La presentazione di Sachaf si è focalizzata in particolare sul servizio Wikipedia Reference Desk, ma in generale è l'elemento del lavoro collettivo sulla risposta quello che viene messo sotto osservazione. Da questo derivano quattro possibili risposte che Sachaf ipotizza per spiegare la sostanziale uguaglianza o superiorità della qualità dei servizi Q&A rispetto al reference bibliotecario:

  • E' possibile che il reference basato su un modello wiki si avvantaggi di una tecnologia che fino ad ora non è stata adoperata dalle biblioteche.
  • I volontari acquisiscono esperienza con la pratica e questo diventa più importante dell'avere in mano un titolo formale di specializzazione.
  • Il risultato può riflettere differenze esistenti nel tipo di domande che vengono rivolte nei due diversi contesti.
  • E' probabile che lo sforzo collaborativo di gruppo nel fornire le risposte dia benefici maggiori rispetto alle interazioni a due che si svolgono in biblioteca.

Risultano però anche alcuni limiti propri dei servizi Q&A:

  • Molti utenti ricevono più risposte e sta a loro attribuire un senso complessivo alle diverse risposte avute.
  • La maggioranza degli utenti ha difficoltà a giudicare la qualità della risposta (ma questo mi pare vero anche per gli utenti delle biblioteche. Diciamo che in questo caso si presume ci sia un'attribuzione di fiducia a priori).
  • Le risposte non sono basate sempre su fonti autorevoli e affidabili.

Una versione breve dello studio dedicato in particolare a Wikipedia Reference Desk è disponibile online in Answer Quality on the Wikipedia Reference Desk. Alla fine di quest'anno ne uscirà una versione estesa sul Journal of Documentation, dal titolo “The paradox of expertise: Is the Wikipedia Reference Desk as good as your library?”(Ringrazio Pnina per queste indicazioni!)

Una versione (precedente rispetto a quella adoperata a Firenze) delle slide dell'intervento si trova invece su Slideshare.

Un'ultima cosa per chi pensasse che questi sono problemi ancora lontani dalla nostra realtà: Yahoo! Answers ha un servizio in italiano attivo già da parecchio tempo e, apparentemente, molto vivace (basta giudicare dalla facilità con cui pagine del suo servizio finiscono nei risultati di qualsiasi ricerca su Google).

Ho provato a digitare nel suo campo di ricerca la parola "biblioteche". Si arriva a 3436 risultati. Non è poco, e si tratta naturalmente di una forzatura, perché il reference non si occupa certo di rispondere solo a domande sui servizi delle biblioteche!

Va detto che, ad un primo sguardo, è difficile inquadrare questo servizio nell'idea mentale che abbiamo del reference, perché pare piuttosto assomigliare di più ad un utilizzo tipico da social network, consigli di tipo amicale piuttosto che consulenze informative. In ogni caso, va posta la domanda del perché domande di questo tipo non arrivino, banalmente, agli indirizzi email delle biblioteche se non ai loro servizi di reference digitale. E' difficile dire, insomma, che la richiesta di informazione non ci sia, perché allora siamo così poco abili ad intercettarla?

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sabato, 05 settembre 2009

Emerging trends in technology: paper online!

In attesa di un prossimo post sull'argomento, vedo che sul sito di Emerging trends in technology: libraries between Web 2.0, semantic web and search technology, Satellite Meeting IFLA di Firenze, sono apparsi i paper integrali degli interventi.

postato da: gentilini alle ore 18:41 | link | commenti
categorie: eventi, web 2 0, library 2 0, ifla 2009
domenica, 30 agosto 2009

Emerging trends in technology: libraries between Web 2.0, semantic web and search technology (1)

Di tutto il pacchetto IFLA 2009, ho partecipato alla sessione di Firenze su web 2.0 e web semantico.

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Molti gli interventi e i relatori, provenienti da diverse parti del mondo: nord Europa, USA, Canada, Egitto, Iran... molto pochi i bibliotecari italiani presenti, sicuramente frenati (come si è già fatto osservare) dall'alto costo di entrata e dall'assenza di traduzione in italiano degli interventi.

Di tutti i temi trattati, il web semantico è stato per me quello più difficile. Onestamente, è per me un argomento su cui ancora devo farmi un'idea chiara e mi sarà perciò difficile renderne conto qui.

Posso invece raccontare di alcune cose che mi hanno colpito, cominciando con qualche osservazione “antropologica” personale.

Innanzitutto, ad un convegno su temi che si vogliono particolarmente avanzati e in qualche modo “tecnofili”, l'ampio divario generazionale rappresentato dai partecipanti: dalla giovanissima francese esperta di dati bibliografici in un contesto di web semantico, al germanico biblio-hacker con una cresta quasi punk sulla testa, all'attempata rappresentante della Library of Congress (camicia bianca, filo di perle, capelli bianchi raccolti). Sarà solo una mia impressione, ma già questa varietà umana mi ha fatto pensare ad un mondo del lavoro più sano del nostro: possibilità di azione per i giovani, valorizzazione delle competenze accumulate dagli anziani, diversità.

Seconda osservazione antropologica, la differenza profonda nello stile degli interventi introduttivi, specie se affidati alle mani degli americani. Mentre qui brilliamo per interventi di assessori coi minuti contati o di presidenti ingessatissimi di cui non si vede la fine, l'idea dell'intervento introduttivo made in USA è quella di lanciare un messaggio generale fatto di slogan, provocazioni, parole chiave, ma anche incoraggiamento, pensiero positivo e volontà di fare. Al di là dei gusti personali, l'idea di creare un clima positivo all'inizio di un convegno a me sembra buona, perché rispetta il fatto che eventi del genere siano anche esperienze di condivisione e lavora sull'idea che, al di là delle tecniche e della gestione quotidiana, quello che occorre è una visione di cosa stiamo facendo.

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Di questo stampo l'apertura di Stephen Abram (se avete presente lo stile di David Lankes, ci siamo vicino), che si potrebbe intitolare con una sua frase che riporto più o meno letteralmente:

Se state ancora parlando di web 2.0, siete significativamente indietro!”

Questi alcuni dei suoi punti.

Le biblioteche vanno considerate nel ruolo che hanno nel contesto dell'educazione (per l'esattezza, del learning environment, cioè dell'ambiente dell'apprendimento inteso in senso lato). La chiusura negli USA di diverse biblioteche scolastiche, ad esempio, è stata messa in relazione diretta con l'abbassamento dei risultati ottenuti dagli studenti. In questo contesto, le biblioteche hanno un ruolo da difendere, ma possono farlo solo creando attivamente proposte positive, abbandonando un atteggiamento di pura reazione ad eventi che le travalicano.

Il successo ancora registrato dalle biblioteche “fisiche” pare legato al desiderio di socializzare e di appartenere ad una learning community. In questo senso, si può dire che ciò che conta, ancora più dei contenuti, sono i contesti. Bisogna dunque cominciare a pensare le biblioteche come entità sociali che facilitano una serie di stimoli e di scambi. Che producono information literacy, conversazioni, servizi personalizzati e... comfort!

Quella del comfort è un'idea che riemergerà anche nella discussione corale del secondo giorno del convegno, ad es. nell'idea che il lavoro di ricerca sugli opac dovrebbe risultare un divertimento, e non una fatica, se vogliamo che l'uso dei nostri servizi si allarghi all'utente di internet, e non resti confinato all'utente tradizionale della biblioteca.

Il rapporto con gli utenti tenderà però sempre più a diventare una relazione a distanza. Il collegamento via telefono cellulare, quello dominante in assoluto. E' anche vero che il pubblico delle biblioteche è composto da strati molto diversi fra loro, che non abbracciano le mutazioni tutti nello stesso momento. Occorre però partire dalle abitudini di consumo di quelli che sono gli innovatori.

Che cosa accadrà quando tutti o la maggioranza dei libri si troveranno online? Nasceranno nuove forme di assemblaggio per i quotidiani, per i libri di testo, per i programmi educativi. Sui siti delle biblioteche si troveranno anche musica, audio e videogiochi. Non vanno dunque confusi libri e lettura, libri e apprendimento. Quello che potrebbe essere il nostro compito del futuro sarà la gestione dei micro-contenuti, non il libro ma il capitolo, la parte di informazione rilevante, il dato (e qui siamo già sul web semantico). Non si tratta certo di un lavoro marginale, specie se si considerano i limiti del contesto, ad esempio i limiti dei motori di ricerca e la possibilità di manipolare i loro risultati con la search optimization.

Sempre dalla discussione collettiva del secondo giorno, e sempre sul futuro del nostro lavoro, la notizia che nella formazione professionale statunitense si tende a non insegnare più a catalogare, ma a capire come si struttura la conoscenza, esattamente come nel campo della programmazione informatica non importa il linguaggio usato, ma l'applicazione della logica.

Qualche indicazione di massima su come affrontare il cambiamento in atto viene dal secondo relatore, Ken Chad, nel suo intervento dal titolo Disrupting libraries: the potential for new services.

Il punto di partenza è il riconoscimento che i diversi sistemi ILS, cioè i pacchetti di gestione informatica delle biblioteche, sono arrivati ad assomigliarsi molto. Utilizzando anche esempi tratti da mercati completamente diversi, Chad sintetizza alcune delle direzioni in cui ci si dovrebbe muovere per affrontare il nuovo combinando pratiche di gestione e sviluppo software:

1. Sviluppare prodotti semplici, di utilizzo più facile rispetto agli attuali, invece di continuare ad aggiungere upgrade su upgrade a prodotti vecchi senza che questo si trasformi in miglioramenti di sostanza.

2. Spezzare le regole. Tenere presente l'esempio di Nintendo Wee, che ha rivoluzionato il mercato dei videogiochi non inseguendo l'obiettivo di una grafica sempre più evoluta, ma modificando il modo in cui si gioca.

3. Innovare i modelli di business.

Applicate alle biblioteche, queste direzioni possono significare ad esempio cominciare a comprare meno libri e trovare nuovi canali di distribuzione. Non aspettare a finanziare l'innovazione con sponsorizzazioni o entrate improbabili, ma farlo utilizzando parte dei fondi del proprio core business. Indirizzarsi al non consumer (l'utente potenziale), eliminando le barriere di abilità, ricchezza, accesso e tempo che lo tengono lontano dalla biblioteca. Non focalizzarsi sugli strumenti (catalogo, ecc.) ma su quello che ci sta dietro (informazione, conoscenza).

Mi fa piacere infine riportare che Chad, per sottolineare come il momento sia importante e cruciale per le biblioteche, abbia citato una serie di libri scritti da non bibliotecari, ma in cui le biblioteche vengono citate come snodi, o problemi, o paradigmi di qualcosa in atto.

Si tratta di: La ricchezza della rete di Yochai Benkler, Il lato oscuro della rete di Nicholas Carr, Uno per uno, tutti per tutti di Clay Shirky ed Everything is miscellaneous di David Weinberger.

Sono libri di cui si è scritto diverse volte su questo blog, ed essendo quasi tutti tradotti in italiano direi che non ci restano molte scuse per non leggerli!

 

domenica, 23 agosto 2009

Voglio la mia vita cyborg!

Una seconda riflessione nata dal seminario Modernity 2.0: Emerging Social Media Technologies and Their Impacts, che si può mettere in correlazione col tema dell'apprendimento ai tempi della rete, nasce da un episodio accaduto durante la conferenza.

A Urbino era presente danah boyd, giovane e famosa ricercatrice statunitense che si è occupata di recente di social network, in particolare rispetto al mondo degli adolescenti e che, in aggiunta, si segnala per la sua totale predisposizione alla condivisione pubblica del suo lavoro (i colleghi delle biblioteche per ragazzi potrebbero trovare ad esempio la sua tesi di dottorato molto interessante).

Dovete immaginarvi una situazione di questo tipo: una sala medio-piccola all'interno della facoltà di sociologia, un numero non altissimo di partecipanti, relazioni brevi seguite sempre da uno spazio di discussione, e un numero invece altissimo di connessioni attive (forse la metà dei presenti aveva aperto davanti a sé un portatile – io col mio piccolo Nokia che tentava di aggrapparsi al wireless dell'Università!).

Nello spazio dedicato alle domande e risposte dopo una presentazione, uno dei partecipanti (del gruppo dei meno giovani, lo dico perché la cosa può avere una sua rilevanza) ha fatto notare che non aveva mai partecipato ad un convegno in cui la maggioranza delle persone sembrava più interessata alla rete che a quello che il relatore di turno stava dicendo.

Era seduto dietro di me, e di fianco a danah. Il possibile imbarazzo causato da questa affermazione – chiaramente un rimprovero – è stato prontamente superato dal fluire della conversazione collettiva, ma devo dire che io e forse diversi dei presenti devono aver pensato con me che qualcosa era successo.

Evidentemente lo ha pensato anche danah che, il 13 luglio, ha pubblicato un post proprio su questo episodio.

Un passaggio tradotto, che descrive la reazione di danah in quel momento:

Non c'è dubbio che avevo capito appena di che cosa il relatore stesse parlando. Ma durante il suo intervento, avevo consultato sei diversi concetti da lui introdotti (grazie Wikipedia), visto due dei paper dei relatori per tentare di assimilare di che cosa mai si stesse parlando, e usato Babelfish per tradurre la conversazione in italiano che stava avendo luogo su Twitter e FriendFeed ... Naturalmente, ho anche cercato informazioni sulla metà delle persone nella stanza (incluso il condiscendente signore di fianco a me) e postato io stessa un tweet.”

Dinamiche simili (una parte dei presenti assorbita in qualche forma di connessione e l'altra parte a condannare come dispersiva questa sorta di attività tecnologica parallela), si ritrovano anche in situazioni didattiche o lavorative. In Italia, abbiamo probabilmente presente il problema dei cellulari usati dai ragazzini a scuola, meno forse la possibilità di andare a riunioni di lavoro con un proprio laptop, ma forse è solo una questione di tempo.

Possiamo ipotizzare che ciò che è in gioco è un diverso modo di interagire col contesto, un diverso modo di porre attenzione, un diverso modo di impegnarsi intellettualmente.

Di nuovo danah:

Sono diventata una 'cattiva studentessa'. Non posso più girare per un museo d'arte senza porre un miliardo di domande che il docente non sa o a cui non risponderà, o desiderando ardentemente di avere accesso a informazioni che vanno oltre a quello che c'è scritto sulla brochure (ad es. sapevate che Raffaello morì per aver fatto troppo sesso?!). Non posso prestare attenzione a conferenze senza consultare contenuti rilevanti. E, nel mio mondo, ogni meeting e discorso è potenziato da un canale secondario di comunicazione.”

Con tutta questa attività di revisione, commento, controllo, navigazione su Wikipedia e così via... “apprendo quello che lo speaker vuole che io apprenda? Forse no. Ma io sto imparando e pensando e impegnandomi.”

Di nuovo, connessione continua, condivisione e apprendimento vanno di pari passo.

Ditemi se non vi siete mai sentiti frustrati dal fatto che, nel bel mezzo di una conversazione, non eravate in grado di controllare su Wikipedia chi avesse ragione su una data, una definizione, un fatto. Ditemi se, leggendo una notizia sul giornale, non avreste voluto immediatamente commentare quella notizia con qualcuno. Se vi riconoscete almeno un po', allora significa che avete bisogno di uno smart phone , e, forse, che state diventando anche voi dei “cattivi studenti” che reclamano la loro parte di vita cyborg!

Trovo comunque che questo modello di apprendimento in cui l'attenzione è deviata dal focus del discorso del relatore a favore del contesto del discorso, della verifica delle fonti e della creazione di correlazioni sia affascinante.

E trovo anche che questo assomigli all'effetto dispersivo e contemporaneamente costruttivo che può avere la biblioteca, che permette ai suoi utenti di creare connessioni del tutto personali anziché costringerli a focalizzare l'attenzione su percorsi rigidi.

E che possa invece, in un certo senso, essere agli antipodi dell'idea dell'insegnamento scolastico tradizionale, ma anche della lettura del libro, esperienze per definizione preordinate, sequenziali, totalizzanti, solitarie...

Allora, ho fatto bene ad andare ad Urbino?